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Evitiamo il bel pavese sulla nave elettorale

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Evitiamo il bel pavese sulla nave elettorale

di Francesco Antonich
vicedirettore Confcommercio Unione Venezia

"Non c'è più il futuro di una volta". In origine, un graffito sui muri di Milano, poi una commedia di Gaspare e Zuzzurro, oggi per tutti, un ironico disincanto del quotidiano lavorare nell'era della post globalizzazione. Ma anche una vertigine per chi deve preparare una proposta di governo credibile per le elezioni amministrative e regionali e per le prossime politiche. Le campagne elettorali dovranno tener conto di questo aforismo. A cominciare dal lasciare da parte l'effetto annuncio, le promesse e i patti, perché la comunità di questo Paese, dai nuovi amministratori cittadini e regionali e dai parlamentari, oggi esige soluzioni per la vita quotidiana e non politica (con la p minuscola). E come sanno le famiglie degli elettori, che quando devono far quadrare la vita propria quotidiana controllano i soldi in tasca, le entrate e le spese, anche il palinsesto di ogni futuro governo cittadino e regionale è già tracciato: con software delle ragionerie, le giacenze delle tesorerie, i fogli elettronici dei bilanci, annuali e triennali, in questi giorni in via di approvazione; il tutto ben inchiodato ad una bacheca con i punteruoli del patto di stabilità e dei risicati trasferimenti dallo Stato. Le scelte politiche - tra le quali rientra anche tanto lo sforamento di bilancio quanto il ridimensionamento degli organici o, ancora, la razionalizzazione di alcuni servizi alla collettività rispetto ad altri - non potranno prescindere da questo. Le priorità su dove destinare le - poche - risorse non potranno nemmeno più essere condizionate dalla capacità di catturare questo o quel target elettorale. Come si svilupperanno, dunque, i programmi elettorali? Quali i principi e i contenuti? Basterà proporre un patto, un contratto, sarà sufficiente ascoltare? Appare debole oramai anche la formula "il programma lo facciamo assieme": perché da un futuro leader ci si aspetti che abbia almeno le idee chiare su cosa si va a governare, a cominciare dal bilancio e dai margini di movimento che questo gli consentirà nei primi mesi di mandato: cruciali per tutto il proseguo. Questa volta la credibilità di un programma, e quindi di un candidato, si giocherà sulle capacità di dire come stanno le cose, più che di dire come potrebbero stare, nel mettere a fuoco cosa si potrà e dovrà fare e cosa no. Paradossalmente potrà anche perdere -la verità fa male - ma non è detto che non si riveli un investimento elettorale per la prossima tornata se l'avversario vincente sarà travolto dalla verità. Questo, credo, si aspettano gli elettori, questa la prima delle soluzioni cioè il ripristino della fiducia e della credibilità, che si chiama soluzione ma si può, questa sì, anche tradurre come Politica (con la P maiuscola). Alla fine, si dirà, a far la differenza e la sostanza saranno ancora i media, le risorse economiche che stanno dietro ad un candidato, le relazioni, i legami, le alleanze giuste ovvero l'accondiscendenza con questa o quella categoria saranno gli elementi che alla fine catalizzeranno il mix ottimale flussi elettorali. Comunque vada, ogni Presidente di Giunta Regionale - perché a me piace chiamarlo ancora come detta la Costituzione della Repubblica Italiana sulla quale per altro si giura, se non vi dispiace - sindaco o onorevole, consigliere regionale, comunale o ancora metropolitano, o assessore, ciascuno, all'indomani della vittoria elettorale, seduto sul suo seggio, qualunque sia il suo futuro, ad inizio mandato sa che due cose riempiranno il suo animo di preoccupazione e di attenzione sempre nuova e crescente, quanto più seriamente e più a lungo vi rifletterà: il bilancio immanente sopra di sé, l'attesa di molte soluzioni per i problemi dei cittadini intorno a sé. Nei casi peggiori, e nel nostro Paese ne abbiamo viste già parecchie, tutto potrebbe ridursi a due pièce drammatiche: il destino del neosenatore Bill McKay (il bravo ragazzo idealista e integerrimo di Robert Redford ne Il Candidato, 1972), che dopo aver vinto contro ogni previsione fa carriera, ma entra a far parte del circolo di corruzione che cercava egli stesso di combattere, oppure ritrovarsi, come il Zuzzurro dell'indimenticabile Andrea C. Brambilla, con la sua diafana aura e sublunare, ad ammirare, cullato dalle onde del momento, lo sfarfallio delle promesse mancate del Bel Pavese della nave Italia.

15/04/2015


 
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