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Il fisco

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Il fisco, quando aveva il volto umano di Totò e Fabrizi

E ... Tarsu, e Tares e Trise! Ma sì. fai vedere che abbondiamo!
Par di sentirlo Toto, alias cavalier Pezzella, negoziante di abiti e stoffe di lusso, che ne I Tartassati (1959), grazie alla maestria sorniona e ammiccante del regista Steno, imprecava contro un compito maresciallo della Guardia di Finanza (L'Agenzia delle Entrate alla The Untouchables, era lì da venire) Topponi, reificato dalla paciosa, granitica bonomia legalista di Aldo Fabrizi, mente questi sciorinava le incongruità e le incoerenze dei libri mastri. Mirabile anche la scena, davvero antesignana dei contemporanei studi di settore: quando Topponi-Fabrizi, dopo un giro per il negozio in incognito, presentatosi secondo procedura, allo stralunato Pezzella che implorava pietà per un povero commerciante vittima delle tasse, comincia a far quattro conti sul potenziale fatturato: conti sulle dita, perché anche i software erano di là, molto di là da venire.
I Tartassati non è solo un cammeo per appassionati di cinema neorealista italiano, né si può ridurre, ad una rilettura contemporanea, ad una catartico amarcord, ingiallito e stereotipato del mercante furbo e sempre alla ricerca morbosa di evadere il fisco né, infine, ad una rappresentazione tra il grottesco ed il mefistofelico di un commercialista, interpretato da Louis de Funes, che procede in modo picaresco tra tasse, tributi e contributi, finendo per produrre più danni che altro.
Quel film ci riporta ad un'Italia fatta di buon senso, di intelligenza, di furbizia bonaria, ma anche di un senso dello Stato che non conosceva ancora le incongruità di norme retroattive, che non chiedeva a clienti e imprenditori di aprire il portafoglio, di spiegare perché e come si spende.
Era, quell'Italia del 1959, quel Bel Paese dove al posto dell'Iva c'era una tassa che si chiamava IGE e che sembrava evocare una marca di elettrodomestici che allora cominciavano a diffondersi, quasi un eco dei consumi in espansione in quel periodo, un'Italia fattasi una bella adolescente, giustamente pretenziosa, dopo la rinascita dalla tragedia bellica.
E' vero: era anche l'Italia alla vigilia de Le mani sulla città (1963): ma era pur sempre un'Italia lontana dalla pressione fiscale che ricorda le aliquote di prelievo dei sovkhoz e dei kolkhoz sovietici.
Erano tempi in cui, evidentemente, non si era ancora del tutto asciugato l'inchiostro dell'articolo 53 della Costituzione italiana "Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva": dove concorrere non significava prestito a perdere forzoso e spesa pubblica non significava scialo di risorse dei cittadini.
Era quello Stato che chiedeva il giusto e che giustamente pretendeva il dovuto.
Insomma, era quell'Italia dove l'italiano Pezzella e l'italiano maresciallo Topponi, avevano una condivisione di fondo di valori irrinunciabili come dimostra il finale del film, quando Toto restituisce la borsa che aveva "fregato" a Fabrizi, contenente le prove dell'evasione fiscale. Come dire: più che il fremito di un egoista senso di colpa, lacerava la coscienza nazionale, perché in quella borsa c'erano rappresentati tutti i valori del Paese: il lavoro del negoziante, riconosciuto proprio dall'allora grasso fatturato e dalle relative tasse da pagare, ma anche il lavoro del maresciallo Topponi, che in fin dei conti voleva dimostrare come anche Pezzella aiutava quell'Italia adolescente a diventare una signora rispettabile in Europa e nel mondo.

di Francesco Antonich
vicedirettore Confcommercio Unione Venezia

17/10/2013


 
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