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Liberalizzazioni e commercio

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Liberalizzazioni e commercio: un primo, opaco bilancio

di Francesco Antonich

vicedirettore Confcommercio Unione Venezia
La colpa degli insuccessi, si sa, è sempre del destino cinico e baro, e probabilmente cinica è bara deve essere stata anche la a crisi, mondiale, che ha dimostrato come le liberalizzazioni non hanno proprietà taumaturgiche intrinseche per tutti i settori dell'economia e per tutte le imprese. Un conto è agevolare la concorrenza, accrescere l'offerta e la qualità del servizio di vendita, eliminare le imprese parassite e decotte. Un altro conto è decidere di negare ad un intero settore la capacità di sopravvivenza e l'opportunità d'avere il tempo necessario per rinnovarsi, mantenendo un ruolo determinate, anche sociale, per la città. Così si è finito per fare una politica da apprendista stregone che ha scatenato le liberalizzazioni: realizzate male e nel momento sbagliato, ma soprattutto, con l'effetto collaterale, così come sono state impostate, di una vera e propria riforma delle dissoluzioni. Infatti si sono volute applicare le stesse regole e le stesse norme tanto alle grandi quanto alle piccole imprese, ma, quel che é peggio, si è creduto che così facendo si potesse dare all'impresa familiare, alla piccola impresa, l'opportunità di cambiare, di crescere, di diventare efficiente, quanto a competitività ed efficace, quanto a contribuire all'economia del Paese. E così ecco dissolversi molte vie storiche del commercio delle nostre città - e non solo di quelle minori! - dissolti i negozi, dissolte le luci, dissolto il PIL urbano... Sono mancate le opportune misure di accompagnamento, è mancata una "Politica Alta" urbana e metropolitana per il terziario che desse a questo settore strumenti, compensazioni temporanee e snellimento della burocrazia per garantire alle imprese del commercio al dettaglio e dei servizi alla persona di diventare adeguate al nuovo mercato globale. Come se la micro impresa e le famiglie che coinvolgono nel lavoro amici, parenti, risorse umane del territorio fossero così aggressive e così poco italiane da darsi contro l'un l'altra a colpi di trust, di cartelli, di dumping, di posizioni dominanti: ma guardateci, siamo solo P M I: Piccole, Molte e Italianissime imprese!
Se la politica vuole essere "Alta" dia subito di nuovo il ruolo che spetta al commercio e ai servizi di prossimità: perché le nostre imprese sono consapevoli che mai come oggi non ci sono più clienti a cui dare bollini e sconti, ma il nostro prossimo a cui dare attenzione in un momento di crisi e spesso di disperazione per non poter pagare di che sostenersi! Oltre alle liberalizzazioni, poi, ci sono state anche troppe deregolamentazioni, ma dovrebbero definirsi deroghe, libertinaggi economici che adottati con l'intento di migliorare ed ampliare l'offerta e la qualità al consumatore, hanno finito invece per creare delle posizioni di vantaggio e margini di maggiore competitività per altro proprio a scapito della qualità igienica, del servizio e della tutela del consumatore, per non parlare della sperequazione fiscale di fatto e degli obblighi normativi. Così, ad esempio, per la ristorazione e l'ospitalità, anni di impegno per dotare le nostre aziende di standard qualitativi in termini igienico sanitari, di tutela del luogo di lavoro, di rintracciabilità dei prodotti, sono stati elusi da operatori che in nome di una disinvolta genuinità, ma legalmente favorita, ha turbato il mercato, disorientato il consumatore, creato altri privilegi e zone franche.
Liberare l'economia non significa consegnare un mercato al disinvolto libertinaggio dell'improvvisazione, ma consentire che qualità, professionalità, competenze si affinino e si misurino con il nuovo contesto economico per poter davvero avere pari opportunità di correre insieme a tutti gli altri soggetti, per perseguire un meritato traguardo economico prefissato: questo è il sincero significato del verbo competere.

28/08/2013


 
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