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Mestre, Città aperta?

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Mestre, Città aperta?

di Francesco Antonich
vicedirettore Confcommercio Unione Venezia

Mestre: una città in cerca d'autore. O forse di una trama, di un intreccio? O molto semplicemente un'escrescenza urbana in cerca di ordine, di vuoti da riempire, di slums postmoderni? Una parentesi edilizia tra un tram intermittente, una grassa ciambella americana di centri commerciali con il buco demografico e commerciale al centro? Cos'è Mestre, oggi? Una città che teme se stessa?
E' facile parlar male di Mestre, oggi, ma occorre comunque riproporre una riflessione responsabile, sulla volontà di dare soluzioni alle richieste di identità, di futuro e di progettualità di una Mestre fattasi realtà urbana complessa e contraddittoria. Serve una responsabilità - nel senso di risposte concrete ad esigenze, necessità, emergenze - dei soggetti che operano nella città, azioni che integrino Mestre sempre più al territorio, ora realtà metropolitana a geometria variabile, che la dovrebbe descrivere come elemento urbano di riferimento, e non circoscrivere come latente periferia. Eppure di proposte ce ne sono state. Numerose sono state le scelte, in campo urbanistico, politico, economico. Comprese le non scelte. Tutto lecito, ma non tutto é stato davvero utile.
Mestre e i suoi ultimi trent'anni, quanti sono serviti ad una generazione per poter oggi aspirare legittimamente a svolgere un ruolo proattivo sui destini di questa comunità. In trent'anni Mestre è cresciuta come il figlio di mezzo di una famiglia, il Comune di Venezia, accanto ad una Grande Madre nobile, Venezia Centro storico, e ad un fratello più vecchio, operaio, tutto lavoro duro, famiglia e sacrifici, disagio sociale, Marghera. Mestre, il giovane che non ha voluto vivere di rendita, ma neanche ha potuto, e un po' voluto, lavorare in fabbrica, ma piuttosto studiare e laurearsi, e che ora è alla ricerca di una vocazione che stenta ad identificare. Mestre, il fratello "studiato", intellettuale, che ora, si dà al Terziario, all'economia delle idee, delle relazioni, dell'innovazione.
Se Mestre è un "luogo urbano" allora per delineare il suo futuro dovrà saper rispondere, parafrasando il sociologo Richard Florida, a tre domande, semplici ma strategiche:"Cosa c'è, chi c'è e che cosa succede" a Mestre dal 2013 in poi?
L'identità della Città è mutata, anzi "smutata": non è quella di ieri, ma non sa trovarne una presente o imminente. Il commercio nelle vie storiche di Mestre si dipana diroccato per le vie centrali, alle vetrate e alle luci si sono sostituite oramai sbrecciate serrande, gallerie amorfe di affissioni ormai astoriche e scolorite a coprire vetrate orfane di boutique trendy, di rinomate gastronomie, silenti del cicaleccio delle belle signore. Solo un sommesso sottofondo di lingue lontane, un barattar di chincaglierie, un volto disorientato che attende il suo turno al phone center per rendere Mestre un po' più Dakar o Kano, le vie attorno alla stazione un sobborgo di Colombo almeno lo spazio di una conversazione, lontano una sirena ha svoltato per via Piave.
Questa è l'era post immigrazione: è un mutamento antropologico complessivo della città.
Riuscirà Mestre - e questo è compito anche delle categorie economiche - a far dialogare sul terreno della cultura economica, delle sue regole e delle sue prospettive le diverse identità che in città risiedono e fanno business? Come, allora, identificare il "Luogo Mestre", ovvero lo spazio ottimale di questo dialogo?
Dialogo e mediazione, infatti, hanno necessità di una casa comune, credibile, accessibile e trasparente: hanno bisogno di realtà aggregative di persone, menti e sentimenti prima che di poli concentrativi commerciali e finalizzati all'esperienza cash and carry.
Eppure Mestre, forse, dalla sua situazione attuale , potrebbe paradossalmente percepire la sua potenzialità: ereditare in parte, ma senza snaturare, molte funzioni storiche di Venezia e, grazie alla sua polarità terziaria, diventare una realtà altra e complementare e non una "realtà contro"il centro storico. Mestre è diventata soprattutto una città Inter -Nazionale.
Qui si è sperimentato, almeno fino a quando la crisi non si è fatta devastante, la divisione inter - nazionale del lavoro che non è un concetto transnazionale ma un concetto trasversale proprio dell'economia metropolitana e contemporanea.
Tuttavia questa mutazione, più subita che governata, non ha costituito un'occasione per comprendere e per rispondere, prima della crisi, a questo mutato scenario. Non si è saputo, o potuto, rispondere subito in termini progettuali urbani, estetici alla domanda di cambiamento e di gestione della mutazione di questa realtà urbana. Peccato, Mestre sarebbe stato un discreto laboratorio.
Ma che lo si voglia, o no, da qui bisognerà partire per rispondere, prima che sia troppo tardi, alla nuova realtà di Mestre, città aperta....

25/07/2013

 


 
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