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E se Venezia ...

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E se Venezia si candidasse ad essere se stessa?

Città strana, ancor più che unica, Venezia. Da decenni insegue il sogno di una candidatura internazionale, che dia una prospettiva, un traguardo ed una motivazione per attivare tutte le risorse in termini di competenze, di capacità ed ovviamente anche in termini materiali. Eppure la città nata internazionale, figlia del Levante, e cresciuta mondiale, tra i protagonisti storici dell'economia, del commercio e della finanza prima e della cultura poi, si ritrova oggi sempre più, tranne al momento della Biennale e del Festival del Cinema, una città marginale, patrimonio dell'Umanità sì, che merita però d'essere visitata da turisti sempre più affrettati - per parafrasare una vecchia terminologia del Touring Club Italiano - o essere set cinematografico o superficie per pubblicità di qualche multinazionale, attività che di per sé non fanno certo di una complessità urbana una città internazionale. Ci manca solo la nemesi storica che Istambul o Smirne diventino sede dei prossimi appuntamenti mondiali come Olimpiadi o Expo e che Roma diventi Capitale della Cultura perché i nostalgici di Lepanto e della resistenza all'Interdetto cadano in profonda depressione. Del resto vinca il migliore. Però anche il solo partecipare - seriamente - ha la sua importanza.
Una città che a suon di candidature svanite è sempre più percepita sia dagli abitanti che dai "foresti" come una sorta di Utopia, non tanto nel senso di un luogo che non c'è, o meglio che non riesce a diventare, quanto piuttosto di un "luogo del non": il luogo dove non si riesce a fare un'Expo, dove non si fa un'Olimpiade, dove non si farà una capitale della Cultura. E pare che anche lo slancio verso un alto, luminoso futuro di tipo architettonico non sia più del tutto sicuro visto i problemi di varia natura che stanno emergendo al progetto di Pierre Cardin.
Sembra quasi che si cerchino candidature impossibili per non perseguire forse l'unica candidatura che, con volontà politica, condivisione e determinazione, invece, si potrebbe perseguire: candidare Venezia a ridiventare se stessa. Sarà un sogno ma, poniamo che un imprenditore avesse davvero molto denaro da investire e lo impegnasse per ridare una residenzialità possibile e sostenibile, facendo si che Venezia torni ad essere una città con il patrimonio demografico ottimale. Che altri imprenditori quindi, locali e non, lo affiancassero per investire nell'apertura di attività produttive e di servizio che soddisfino la gamma di una clientela varia e composita com'è quella di una città viva. E se poi la candidatura si irrobustisse con il ritorno, anche soft, in laguna di qualche sede legale o operativa, comunque decisionale, di qualche società finanzia, istituto di credito, e persino la sede di un istituto di rating dell'Unione europea. E via poi, con scuole internazionali, medie inferiori e superiori, qui quella inglese, qui quella americana,lì una tedesca o francese rendendo davvero questa città un evento internazionale?
E se gli eredi di Manuzio portassero qui una sede europea di qualche grande società di software e di Information & Communication Technology ? Il tutto integrato e in simbiosi con il patrimonio ancora presente, dell'editoria, del vetro, dell'artigianato, del commercio e dell'ospitalità, dell'Università e via elencando...
La questione dei flussi turistici forse si ridimensionerebbe in modo quasi fisiologico: come in qualsiasi città viva e in equilibrio demografico, arrivi e presenze si adeguerebbero gioco forza alla sostenibilità e alla compatibilità del nuovo assetto urbano. Sogni, solo sogni, si dirà... ma forse, una candidatura ad un evento, non nasce da una speranza e da un sogno?
Ma ci si può anche semplicemente rassegnare alla prospettiva che vana sarà, per Venezia, la sua custodia da parte del MOSE, se essa non vorrà nemmeno costruire con saggezza e determinazione la candidatura più credibile: quella di tornare ad essere davvero se stessa.

Francesco Antonich
vicedirettore Confcommercio Unione Venezia

16/04/2013


 
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