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Town Economy

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Town Economy 

Era il 2005 quando, con una passione che ci derivava essenzialmente dall'attaccamento per il nostro territorio e per le nostre genti, forti dei nostri numeri, delle nostre idee, della solidità delle professioni rappresentate e della floridezza di un'economia, tutto sommato, ancora in fase di espansione, avevamo ipotizzato un concetto ammaliante, astratto ed al contempo estremamente concreto: quello di Town Economy.
Con questo volevamo intendere, certamente, la passione con la quale i Commercianti sono soliti lavorare per recuperare competitività, e partecipare attivamente al governo del territorio, in perfetta coesione tra cittadini, istituzioni e operatori economici; ma intendevamo con Town Economy anche l'insieme di relazioni umane, rese possibili da coerenti scelte di buon governo. Town è lo spazio fisico e psicologico dove l'uomo si diverte, si ritrova, si muove e si relaziona con gli altri: fare impresa in questo ambiente, dunque, per noi significava contribuire a lavorare per la qualità della vita rispondendo alla disillusione di ogni new Economy che allontani l'uomo da se stesso.
Coprogettare la nuova dimensione urbana significava soprattutto condividere concetti e prospettive con la Pubblica Amministrazione e le altre categorie, assumendo il coinvolgimento come metodo, la condivisione come obiettivo, il benessere del cittadino come scelta strategica.
Ecco perché parlavamo di terziario integrato, perché integrazione era quello che chiedevamo: dialogo, confronto ed anche una certa dose di empatia con le realtà che circondano le nostre categorie economiche.

Allora, attorno a queste idee Massimo Cacciari, Sergio Billè, Renato Chisso, Davide Zoggia e Massimo Albonetti dialogarono, auspicando, tutti, un impegno comune a fare squadra. Oggi, questi concetti e l'animo che li aveva partoriti, così pregno di pathos, di buone speranze, li serbiamo come un ricordo prezioso, che tuttavia stringiamo a noi un po' come facciamo al pensiero delle favole che ci raccontavano da bambini, alle quali tanto ci siamo appassionati prima di comprendere che mai avrebbero potuto concretizzarsi.
Il panorama che ci appare è semplicemente sconfortante. Assistiamo attoniti alla completa scompaginazione delle associazioni di rappresentanza: un tempo unite nella comunanza di intenti, oggi patiscono la crisi economica che sta fagocitando il sistema intero sul quale poggiamo, fino a dimenticare sovente la propria stessa ragion d'esistere.
Dal canto loro, le Istituzioni, raccolgono i cocci di quello che resta a seguito dei continui ribaltoni e collassi politici ai quali ci siamo tristemente abituati ad assistere. Divise, dissestate, diffidenti l'una dell'altra, appaiono incapaci anche solo di intuire cosa significhi una reale concertazione, al punto di riuscire a coalizzarsi unicamente nell'individuazione delle associazioni di rappresentanza quali portatrici di fastidiose istanze.
Allo sfacelo le Istituzioni, con tutto quanto questo possa comportare in termini di mancata partecipazione della cittadinanza alla Cosa Pubblica. Sempre più campaniliste, si arrogano diritti e presunzioni che non sempre competono loro, soprattutto non riescono a sostenere un reale confronto che, come tale, consiste nel confermare ma talvolta anche nel revisionare le proprie posizioni. Semplicemente, le Istituzioni non sembrano più capaci di sostenere un dialogo: con i cittadini, con i soggetti economici, persino con le altre Istituzioni, come fossero anacronisticamente arroccate sulle proprie linee difensive in una lotta fratricida che non può che finire per danneggiare gli interessi della collettività.
Oggi, una cosa è certa: la politica, per come l'abbiamo intesa per decenni, ovvero come insieme di schieramenti ideologici che sottendono una visione economico sociale definita e strutturata, ben distinta dalle altre fazioni, non esiste più. Diversamente, pur con tutti i limiti che possiamo riscontrarvi, le associazioni di categoria esistono, eccome: piuttosto, talvolta tendono a colmare in modo improprio il vuoto istituzionale che si è generato, ma lo fanno non solo nella difesa del proprio interesse, ma anche e soprattutto nel tentativo di dare voce alle istanze dei propri rappresentati.

Riteniamo ancor oggi, esattamente come 7 anni e mezzo fa, che per non subire la globalizzazione sia necessario ridefinire le dimensioni possibili dell'urbanità, per ridare identità ai cittadini e quindi alla Città, senza localismi ma verso una forma di localizzazione integrata. E ci piacerebbe, in questo, poter contare ancora su quanto potremmo riuscire a mettere in piedi con le Amministrazioni Territoriali: come sistema di relazioni, di confronto, di condivisione di problematiche, spassionatamente, senza pregiudizi ma con il solo obiettivo di migliorare, assieme a paesi e città, anche la qualità della vita di chi vi vive e lavora.
La crisi ha colto tutti noi impreparati di fronte alla portata del cambiamento. Ora è il momento di reagire, di passare dalla fase della rivendicazione a quella del lavoro assieme.

Vogliamo manifestare gli interessi che rappresentiamo confrontandoci con le esigenze della Città, misurandoci con esse, ed anche trasformandoci se necessario. Vogliamo ascoltare e farci ascoltare, vogliamo adeguarci noi ma anche migliorare il sistema, vogliamo crescere insieme, tutti, commercianti, politici, cittadini, nel nome dell'ambiente nel quale viviamo, della vivibilità della Città che condividiamo e dei servizi che siamo in grado di offrire.
Da qui la nostra denuncia: se vogliamo fare Città, dobbiamo in primo luogo essere città. Non siamo disposti a rinunciare, nemmeno in fase transitoria, al dialogo con le Istituzioni, che per noi e per tutti devono rappresentare il punto di riferimento primo col quale confrontarci. Lo scenario attuale non è accettabile, neanche nell'ottica di una città metropolitana che, a maggior ragione, dovrebbe veder rafforzato il ruolo istituzionale di mediazione con i vari portatori di interessi collettivi.
Se siamo un'associazione di rappresentanza, e se siamo la più grande associazione di rappresentanza in Italia, è perché in questo dialogo crediamo ed investiamo ogni giorno: è vero che, soli, i cittadini (e con essi gli imprenditori) poco possono fare; ma che nessuno sia così arrogante da ritenere che qualcosa di pubblico possa persino esistere, senza il supporto ed il consenso della base sociale.


Danilo De Nardi
Direttore Confcommercio Unione Venezia

08/01/2013


 
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