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Cervelli in fuga

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Cervelli in fuga o intelligenze in circolo?

di Francesco Antonich,
vicedirettore Confcommercio Unione Venezia

Ovunque, purché non sia Italia: lo ripetono sempre più spesso i nostri giovani. Del resto i cervelli in Italia non ci sono mai stati davvero incollati: esportiamo da sempre genialità e pensiero in tutto il mondo, prima del made in, c'è sempre il mind of Italy.... Ma in cosa consiste in realtà il problema? è fuga o esilio, più o meno senza ritorno, o meglio mancanza e improponibilità di un ri - passaggio a casa?
Primo errore è quello di definire il fenomeno "la fuga di cervelli". Perché nel contesto della globalizzazione e dell'economia no border della conoscenza, sono proprio i cervelli ad essere i più mobili e spesso un ritorno definitivo sarebbe una nuova immobilizzazione delle intelligenze, esiziale oramai anche per qualsiasi realtà socioeconomica , dagli Stati alle organizzazioni, alle aziende. L'intelligenza non appartiene più a un luogo circoscritto, ma alla comunità organizzata che sa interagire con essa e dove questa si sente in grado di esprimersi al meglio.
I nostri giovani stanno facendo di necessità virtù cercando le opportunità all'estero per compiere un'esperienza di vita: non solo di studio o lavoro, ma soprattutto esperienza di valori, di affetti, di sviluppo di capacità cognitive nuove e combinate, che rendono quel soggiorno comunque in grado di trasformare la personalità. Un rito di iniziazione che rende il giovane recettivo e proattivo.
Dunque giovani che si tuffano in un vero e proprio brains' stream, un flusso veloce di intelligenze che scorre nel mondo, Non è amore dell'esotismo o della libertà, la lontananza inebriante dalla famiglia. E' molto di più: è libertà di ridefinire la propria capacità e trovare nuove e insondate competenze che saranno interiorizzate e consentiranno di affrontare la realtà della globalizzazione.
All'estero, poi, il giovane scopre con disincanto una merce fattasi rara nel nostro Paese: la fiducia che viene a lui veramente "affidata" nella funzione, nell'incarico, fosse anche il più semplice, sia dall'insegnate sia dal datore di lavoro che lo accoglie all'estero. Il giovane sente d'essere considerato un patrimonio per una comunità non un problema sociale. Quella fiducia non valuta solo la preparazione teorica e l'esperienza maturata ma l' in- coscienza, cioè proprio quella tabula rasa che consente all'organizzazione di assumere un terzo occhio, una risorsa in grado di creare senza vincoli e pregiudizi e di proporre, attraverso la propria esperienza un percorso che è vissuto dall'organizzazione nella quale il giovane è inserito come riscoperta e rinnovamento.
Quasi non gli si chiede il curriculum, referenze o raccomandazioni: piuttosto gli si chiede se vuole conoscere e se vuole essere parte del curriculum dell'organizzazione che lo accoglie e che con lui condivide una sfida e un'opportunità.
Fare il cameriere o l'ingegnere, l'assistente in un prestigioso studio di architettura o baby sitter diviene qualche cosa di stimolante anche se tremendamente faticoso e magari mal pagato, ma c'è sempre un benefit: l'innovativo contesto antropologico del mondo dove ci si trova a lavorare e la consapevolezza di un contesto che offre una prospettiva, non un vincolo.
Il valore aggiunto di una comunità e di una organizzazione si tratti di città, di Stato, di aziende, oggi si crea non con la stanzialità, ma grazie al flusso e alla crescente frequenza con la quale intelligenze, competenze, esperienze di vita passano e vivono il giusto tempo in un luogo per poi passare ad un altro ed infine ripassare, se davvero attratte, per un luogo già vissuto.
E' il brains'stream, e che piaccia o no è per ora, forse, il primo volto umano, giovane, sorridente e motivato, della globalizzazione.

02/01/2013


 
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