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DATI FISCALI

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DATI FISCALI: DUE PESI E DUE MISURE!

De Nardi: le piccole imprese contribuiscono per il 60% al reddito complessivo dichiarato, eppure vengono additate, specie se operano nei servizi e nel commercio, come le uniche responsabili del fenomeno dell'evasione fiscale.

I giornali di questi giorni hanno dato ampio risalto ai risultati dell'analisi sugli studi di settore relativi al 201o a cura del Dipartimento delle Finanze. L'hanno fatto con il solito metodo delle classifiche tra i redditi dei diversi settori produttivi e dei lavoratori autonomi soggetti agli studi e con il confronto tra questi redditi e quelli dei lavoratori dipendenti.
A bar e ristoranti viene dedicato ampio spazio nei titoli, probabilmente non soltanto per le grandezze economiche che esprimono, ma anche per ciò che rappresentano nell'immaginario collettivo degli italiani. Si tratta di una lettura suggestiva, che suscita sentimenti forti di riprovazione nei riguardi di quelle imprese e di quegli imprenditori che parrebbero non fare il loro dovere di contribuenti.

Danilo De Nardi - Direttore della Confcommercio Provinciale di Venezia - prova a presentare un'altra lettura di quegli stessi dati, non nel tentativo di coprire qualcuno o qualcosa, ma per offrire una chiave interpretativa più coerente con la vera situazione delle dichiarazioni fiscali delle imprese italiane, almeno di quelle soggette agli studi di settore.

Analizzando sulla base della natura giuridica delle imprese la distribuzione di contribuenti, ricavi e redditi (reddito = ricavi - costi), emerge innanzitutto che le persone fisiche costituiscono il 63,1 % dei contribuenti e il 26,9% del totale ricavi/compensi dichiarati, e contribuiscono per il 57,3% al reddito d'impresa e di lavoro autonomo.
Dunque le imprese più piccole (persone fisiche) si caratterizzano per essere numerose, piccole o piccolissime (ricavi medi pari a 97.860 euro) e, ciò nonostante, contribuiscono per circa il 60% al reddito complessivamente dichiarato nel 2010 dall'intero sistema produttivo cui si applicano gli studi di settore.

Le Società di persone hanno valori più equilibrati: costituiscono il 19,9% dei contribuenti, il 23% del totale ricavi/compensi dichiarati, e contribuiscono per il 24,9% al reddito d'impresa e di lavoro autonomo.

Ma il dato che occorre guardare con più attenzione è quello relativo alle Società di capitali ed Enti: rappresentano solo il 19% dei contribuenti, ma costituiscono ben il 50% del totale ricavi/compensi dichiarati, e contribuiscono soltanto per il 17,8% al reddito d'impresa e di lavoro autonomo. Sembra quindi che le imprese maggiori, per quanto poche, generino importanti volumi d'affari, ma modestissimi redditi!
Sempre restando ai numeri del Dipartimento delle Finanze, le Società di capitali non congrue hanno un reddito medio negativo di 20.300 euro; e allora, ci si stupisce se un barista dichiara un reddito medio di 17mila euro, mentre non ci si stupisce per niente se una Società di capitali perde soldi, anziché guadagnarli!

Infine, il settore dei servizi (dove sono compresi bar e ristoranti) rappresenta il 50,6% dei contribuenti, il 41,6% del valore complessivo dei ricavi/compensi dichiarati e il 45,2% del reddito d'impresa e di lavoro autonomo.
Mentre il comparto manifatturiero, che pure viene citato di rado nelle cronache relative ai dati fiscali, rappresenta il 20,4% dei ricavi/compensi dichiarati e contribuisce per meno della metà (9,9%) al reddito d'impresa complessivo.
In conclusione - afferma De Nardi - una corretta lettura degli studi di settore evidenzia il più che proporzionale (rispetto ai ricavi) contributo al reddito dato dalle piccole imprese, mentre mostra chiaramente lo squilibrio tra incidenza sui ricavi ed incidenza sui redditi da parte delle imprese produttive manifatturiere.

07/06/2012


 
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