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La domenica del villaggio globale

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La domenica del villaggio globale

Le aperture senza limiti di ogni domenica e in altri giorni festivi se da un lato hanno moltiplicato, a detta dei liberalizzatori, le opportunità di acquisto per i consumatori, d'altro canto hanno condannato i consumatori, loro malgrado, ad essere tali sette giorni su sette, 365 giorni all'anno. Altro effetto collaterale: hanno derubricato le persone che devono lavorare e le famiglie che coltivavano esercizi al dettaglio al ruolo di risorse disumane, dovendo queste abnegare i propri bisogni primari di ricrearsi e di avere relazioni sociali, familiari o semplicemente di fare ciò che desidererebbero: compreso il consumare, come gli altri.
Pensavamo che Erich Fromm ci avesse aperto gli occhi qualche decennio fa: abbiamo preferito, invece, diventare baroni dimezzati, mezzo essere e mezzo avere, e sperimentare l'inebriante libertà di andare ad acquistare ogni giorno, a qualsiasi ora. Anche la domenica.
Chissà... la pubblicità ed il marketing ci hanno ormai abituato allo scandalo come stimolo, all'estremismo come incentivo al bisogno. Allora, non perché meravigliarsi se, un giorno, qualche multinazionale, prendendo spunto dall'arte underground dei graffiti tedeschi, scegliesse come slogan Kaufen macht frei , acquistare rende libero...
Eppure la storia ci insegna che la domenica... C'era una volta il tempo del mercante e il tempo della chiesa e i mercanti, ormai cacciati dal tempio, rimanevano in buon ordine nella piazza del paese. Finita la messa, inizia la fiera, Era la festa della città, quando si scandiva il tempo per riconoscersi peccatori figli di Dio e il tempo per riconoscersi uomini responsabili di continuare la creazione, il momento in cui c'era il diritto di spendere ciò che Cesare aveva lasciato e che il buon Dio aveva consentito di guadagnare con il sudore della fronte e con l'intelligenza, e magari di condividerlo con i più bisognosi.
Un tempo, è vero, la domenica e il dì di festa erano i giorni anche degli acquisti, ma anche degli incontri tra città e campagna, tra mare e terra, i giorni delle elemosine e della solidarietà, dei sermoni severi nelle pievi, ma anche del cicaleccio di chi contrattava bestiame, si stringeva la mano per pattuire il prezzo del raccolto o il nolo di una nave... progettare una nuova cattedrale, un nuovo palazzo, scambiarsi manoscritti e sapere.
Quelle sì che erano domeniche, quelli si che erano giorni di festa: ed era rigorosamente tutto, ma proprio tutto aperto, postriboli compresi. Questo ai tempi che Berta filava.
Ed oggi che Berta sfiora il suo iPad?
In fin dei conti, in ogni buon parco commerciale, sia esso un non-luogo fisico o piuttosto uno spazio virtual internettiano poco importa, la domenica, quando percepiamo il possesso quasi plastico del tempo, che rimane invece impalpabile per tutto il resto della settimana, ciascuno può o "accedere" per il tempo che serve a qualche "esperienza" o acquistare quanto occorre per creare se stesso ad immagine e somiglianza dei propri bisogni ritenuti, in quel momento, primari, anche in termini di identità e di relazioni. Finalmente liberi, liberi come l'arte: è domenica si va a fare shopping, quasi come dire... painting!
Ci sentiamo tutti un po' artisti performativi (pare che il termine vada di moda...).
Ci sentiamo tutti un po' Andy Warhol in quelle geometrie tutte uguali ed egualitarie da Piet Mondrian, o capaci di sorprendenti voluttà cromatiche alla Joan Mirò... Infine, eccoci giunti alla cassa - spesso senza volto, lasciata lì come un manichino caduto da un quadro di De Chirico - dove ci sentiamo un po' Lucio Fontana, quando finalmente squarciamo con la carta di credito la monotonia della nostra tela quotidiana nella speranza di trovare, oltre la lacerazione, la proiezione del nostro io domenicale. Ah! il consumatore della domenica, un'opera d'arte della modernità: Natura morta con shopping, carrello su infrastruttura in calcestruzzo, plastica e materiale vario, 2012. Galleria commerciale Qualunque.

19/11/2012


 
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