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Pubblici esercizi

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Se manca...

il Pubblico esercizio

del buon senso


Quando norme e giurisprudenza ignorano competenze, professionalità, esigenze del consumatore

Con sentenza del 13 febbraio 1987, il Consiglio di Stato, stabilì, nel merito di una causa che aveva visto contrapposti una gelateria ed un Comune, che quella gelateria artigianale non poteva vendere il gelato per il consumo sul posto perché ciò si configurava come somministrazione alla quale erano autorizzati solo i titolari di pubblico esercizio.

Inutile dire che la sentenza ringalluzzì, si fa per dire, i titolari di pubblico esercizio che vedevano così affermata quella che da sempre era ritenuta una loro prerogativa: “…noi che paghiamo le licenze come pubblico esercizio, che dobbiamo tenere dei servizi igienici anche al servizio del pubblico, che dobbiamo rispettare un orario massimo ma anche uno minimo, che dobbiamo tenere aperto anche quando non c’è nessuno…meno male che questa sentenza…” e via dicendo.

Inutile dire che, come avrete certamente immaginato, di tale sentenza tutti se ne fecero un baffo e le gelaterie artigianali continuarono a fare quel che volevano, anzi di più, attrezzandosi con sedie e panche per far consumare il gelato sul posto.

Ricordo ora l’episodio, sopite ormai le polemiche di allora, perché, in questi giorni, ha fatto scalpore un’altra sentenza con la quale il Consiglio di Stato riconosce il diritto di un richiedente ad avere, dal Comune di Venezia, una autorizzazione alla somministrazione di alimenti e bevande (il quale l’aveva negata perché eccedeva il “numero” massimo fissato dal Comune nel 1993).

L’originalità della sentenza, se si passa il termine ad uno sprovveduto della materia quale il sottoscritto, sta nel fatto che la medesima riconoscerebbe applicabile anche ai pubblici esercizi il decreto 114/1998 (detto anche “Bersani”, quello che ha mandato in soffitta le autorizzazioni amministrative per il commercio fisso) che invece i pubblici esercizi esclude.
Ora se è abbastanza chiaro, anche ad uno sprovveduto come me, che il Comune dovrebbe rilasciare l’autorizzazione al richiedente che ha vinto la causa altrettanto chiaro è che ciò non costituisce un obbligo nei confronti di chiunque dovesse presentare analoga richiesta.

Finita qui? La prima parte della questione certamente sì ma non è possibile eludere il resto della problematica, sulla quale più d’uno s’è ora esercitato,  e cioè se sia sostenibile che, per bar e/o ristoranti, vi sia un numero massimo di esercizi che non può essere superato. Ritengo senz’altro di sì e non solo perché il decreto Bersani, sopprimendo le autorizzazioni amministrative,  ne trasferì il valore in capo alla proprietà edilizia che non aveva certo bisogno di ulteriori regali ma anche per altre ragioni.

Forse perché il mestiere di commerciante è ritenuto facile molti vi si sono avventurati ma, di questi, secondo Michela Brambilla presidente dei giovani imprenditori di Confcommercio, metà chiude dopo il terzo anno di attività. Un autorevole dirigente di banca al quale veniva chiesto maggiore credito per le nuove imprese, storcendo naso e bocca, disse: “eh…ma come facciamo, una su tre chiude prima del terzo anno di attività”. C’è davvero bisogno di distruggere ricchezza con iniziative destinate a morire?

Vogliamo danneggiare, dopo i negozi, anche bar e ristoranti? E credete forse che ciò vada a vantaggio del consumatore? Meno che mai perché l’eccesso di concorrenza induce ogni singola azienda, prima di sparire, a cercare di far quadrare i conti mantenendo elevato il livello dei prezzi. C’è infine un ultimo dato emerso anche dalle preoccupazioni anche di alcuni sindaci di grandi città. La situazione rischia di finire fuori controllo sotto il profilo dell’ordine pubblico, non c’è più monitoraggio, nelle attività che non funzionano si inserisce poi di tutto: ecco perché è bene che, soprattutto in tema di pubblici esercizi rimanga un equilibrato rapporto fra esercizi e popolazione (compresa quella turistica e quella che si muove per lavoro). Relativamente agli alberghi è vero che questi il bar già ce l’hanno e non è sottoposto a limitazioni numeriche (purché riservato solo ai propri ospiti).

Ecco perché, in questo momento, in cui la Regione sta affrontando la nuova legge sui “pubblici esercizi” con problematiche varie di ordine sociale,  mi auguro che Comuni da un lato e Regione dall’altro, ciascuno per la propria competenza, di quest’ultima sentenza se ne facciano fieramente un baffo. Oltre a rimanere nel rispetto della Legge (la 287/91 ed il d. lgs. 114/98) faranno così un servizio non solo alla categoria di osti ed affini ma anche alla loro clientela e, soprattutto, a questa nostra società.

Danilo De Nardi
Direttore Confcommercio Unione Venezia

03/07/2007


 
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