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Studi di Settore

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L'obbedienza non è più

una virtù... economica

D isobbedienza (se così si può dire) fiscale? Temo non occorra che le associazioni di categoria si mettano a predicarla: saranno gli imprenditori a farla, da soli e senza bisogno che nessuno li spinga.

Già lo scorso anno i cosiddetti studi di settore avevano riservato a qualche categoria (pubblici esercizi e rappresentanti di commercio ad esempio) una bella petufada: quest’anno si sta andando oltre nel far pagare ancora di più chi già paga.

Di per sé, in linea di principio,  gli studi sono uno strumento assai discutibile  perché pretendono di determinare il reddito di un’azienda sulla scorta di alcuni parametri (la superficie, il numero degli addetti, il consumo di energia ecc.) che poi, caso per caso, creano ingiustizie perché chi questo reddito non lo raggiunge deve comunque pagare ugualmente le tasse come se l’avesse prodotto. Una sorta, ripeto una sorta, di minimum tax.

Il viceministro dell’Economia, Vincenzo Visco, al quale, dopo aver superato lo speciale versante nel quale è stato impegnato fino a mercoledì scorso, è tornata la voglia di far lo spiritoso, dice che non è obbligatorio adeguarsi, si può anche farne a meno. Però lo devi dimostrare. Come? Con la contabilità? Eh no! Lo “studio di settore” prevale sulla contabilità. Bel dilemma.

 

L’avvocato Simonetta Rubinato, sindaco di Roncade e senatrice dell’Ulivo (fonte, direi, non sospetta), in una lettera a Prodi, Padoa Schioppa, Visco e Chiti,  scrive che l’Amministrazione finanziaria “non può ritenere che la soluzione del problema stia nella possibilità astratta per il contribuente di dare la prova contraria, trattandosi, per quest’ultimo, di una gravosa inversione dell’onere della prova”. Bravissima, è proprio così!

Ma in concreto cosa sta succedendo?

Che l’anno scorso non risultava “congruo” (scusate ma si dice così) all’incirca il venti per cento dei contribuenti. Di questi metà si adeguava  e metà no.

Quest’anno, con l’inasprimento voluto da Visco è il sessanta per cento delle imprese a non essere più congruo, anche se il dato presenta delle oscillazioni molto ampie nelle varie zone della provincia. A Cavarzere, per intenderci, è difficile che un esercizio  possa rendere come in certe aree di Venezia.

 

Il bello è che a marzo, ad aprile, quando molti contribuenti si sono presentati dal proprio commercialista o in associazione per capire quanto avrebbero dovuto pagare di tasse, risultavano congrui. Ora non lo sono più e rispetto a quanto credevano di dover pagare si ritrovano con amare sorprese. Proviamo a fare un esempio?

Il cosiddetto “adeguamento” cioè l’importo di cui è necessario ritoccare in aumento il proprio reddito va dai due, tremila euro ai venticinquemila euro (mi segnalano anche un quarantamila). Ciò significa dover pagare, in più del previsto,  all’incirca dai mille/millecento euro in più (ma sono rari coloro che se la cavano a così buon mercato) ai quattordicimila euro circa per venticinquemila di maggior reddito.

 

A parte il commento sulle percentuali da esproprio è chiaro che chi se la cava con mille euro in più paga perché gli costerebbe di più affrontare il contenzioso: negli altri casi invece la valutazione è diversa. Parecchi non si adegueranno perché quei soldi non li hanno guadagnati e si limiteranno a versare quanto risulta dalla loro contabilità.

 

Una domanda ed una, timida, proposta.

Perché accanirsi contro coloro che operano alla luce del sole, che hanno un indirizzo, che sai dove andarli a trovare e non indirizzarsi invece a scovare coloro che sono totalmente sconosciuti al fisco?

Visto che già le entrate del duemila sei furono superiori alle previsioni non sarebbe sufficiente continuare ad applicare i parametri dello scorso anno?

                                                                                                                  Didienne

 

14/06/2007


 
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