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Hanno ucciso l'uomo ragno

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“Hanno ucciso

l’Uomo Ragno…”

… chi sia stato non si sa, forse quelli della mala, forse la pubblicità…”

Così una simpatica canzone degli 883,cerca di esorcizzare la nostalgia dopo il disincanto, l’accorgersi che un mito è…morto, ma non si sa perché e, soprattutto, quando.
E’ quello che sta accadendo un po’ al nostro Bel Paese, e quello che è accaduto, in questi  giorni al Governo Prodi. Nessuna metafora: è la realtà.
Ed è poco consolatorio che si tratti solo di un’immagine, di un’interpretazione malevola di qualche cronista straniero o di qualche politico o grand commis dell’Unione europea: mai come in politica, l’immagine è sostanza.

La percezione degli italiani, da qualche tempo, sembra proprio questa: abbiamo perso la capacità  di stare – e muoverci con sorprendente agilità - sulla ragnatela anche quando i fili “portanti” ormai recisi, la facevano fluttuare nell’aria. L’Italia ha perso il filo portante della competitività, ha perso il filo portante della volontà di fare presto e bene le riforme istituzionali, ha perso – da tempo – la possibilità di un’alternanza di governo stabile, di quella “politica buona” ma non buonista, saggia, ma non paternalistica, programmatica ma non dirigista, che avrebbe fatto dell’Italia un paese moderno – e, mi si passi l’affondo, non modernista! 

Eppure chi non ricorda quando un non ancora brizzolato Giuliano Amato invitava gli italiani alla colletta tramite conto corrente –la cosa non so perché mi ricorda tanto littorie matrone che davano la propria fede nuziale “pro patria e Marte” – ammonendo gli italiani che “Lo Stellone non paga più? No, non vogliamo qui certo dare ad Amato la palma del profeta – del resto lui stesso ha detto che non era stato in grado di stimare…  un’invasione dopo la caduta delle frontiere – ma sta di fatto che la cultura del declino, dopo uno scatto di orgoglio nella seconda metà degli ani ’90 – si è fatta più lancinante.

Gli Italiani si stanno accorgendo che nel mondo della globalizzazione, L’Italia è una delle tante, solo che a differenza dell’opera mozartiana, fa tutto meno che quello che fanno tutte le altre: competere, innovarsi, cambiare classe dirigente e darsi regole all’altezza del gioco internazionale fattosi un po’ più duro.

Persino il caro vecchio campanile ci ha tradito… No, no, per carità, cosa avete capito! Non intendevo il simbolo dell’UDEUR, ma il campanile della piazza: si perché con tutte quelle antenne, il simbolo materno di casa, di sicurezza s’è messo – letteralmente in testa – di essere il primo simbolo della globalizzazione e dell’ICT, della comunicazione senza frontiere.

E’ tempo di fare una seria riflessione. Disincantata appunto.
Ricominciando dal locale, dalle nostre città, dai nostri paesi, La dimensione locale è forse quella ottimale per rilanciare la fiducia, sperimentando, insieme tra mondo economico, politico e cittadini, nuove formule  progettuali.
Ripartendo dall’identità, ma anche dalle passioni e dagli affetti: sono questi i veri fili resistenti di una ragnatela fatta di persone, di cittadine di idee, in grado di catturare opportunità, ma anche di dimostrare la necessaria flessibilità.
Riproporre la Città come emporio di idee, di flussi di persone e di progetti, in grado di attrarre al suo interno anzitutto i propri cittadini e i propri giovani, quindi le grandi scelte economiche e strategiche. Così le città torneranno ad essere i nodi della ragnatela: senza campanilismi, ma  anzi ritrovando il proprio ruolo di elemento costituivo dell’unità del Paese.

Ogni punto, ogni angolo della ragnatela è, con perizia ingegneristica, adattato alla circostanza dell’ambiente in cui vive il ragno: questo rende la ragnatela elastica, perfetta e in grado di catturare il nutrimento del ragno. 

Nei prossimi mesi vivremo probabilmente un’abbuffata elettorale: amministrative, politiche, probabilmente il referendum. Per poi ricominciare, nel 2009, con le elezioni regionali. 

Riuscirà il ragno a ritrovare nuovi punti strategici per ritessere la sua tela? Forse l’uomo ragno è morto, ma la ragnatela è rimasta. Se gli italiani (forse) non sanno più sperare, possono però ancora credere: in loro stessi e nelle loro città.

19/02/2008


 
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