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Commercio… internazionale

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Commercio... internazionale

Tra shopping multietnico e spritz a mandorla, come cambiano le nostre vie e le nostre piazze

In provincia di Venezia le imprese individuali con a capo un titolare nato in un Paese non appartenente all'Unione Europea sono circa il 7 per cento del totale. Parliamo di piccoli imprenditori e di ditte individuali, ma tutt'altro che marginali se attualmente il loro contributo in termini di valore aggiunto si aggira intorno al 10% del PIL provinciale.
Quasi un nuovo negozio su 10 viene aperto da un extracomunitario. Nel 2009 il 40% delle nuove aperture di ristoranti, bar, pizzerie è dovuto agli immigrati. Per i negozi alimentari la percentuale è leggermente inferiore, dal momento che si attesta sul 15%. Aumentano del 15% gli imprenditori provenienti dal colosso asiatico (compresi gli ambulanti che acquistano le licenze).
Continua anche al tempo della recessione l'espansione di quella che, a buon diritto, può essere considerata una componente tra le più dinamiche tra quelle dei nuovi imprenditori. Nella prima metà del 2009, quando era dappertutto un chiudere bottega, le attività gestite dagli immigrati, tra aperture e chiusure, hanno registrato un saldo positivo di 35%. Cifra che porta le imprese individuali con a capo un titolare nato in un paese non appartenente all'Unione Europea più o meno il 7% del totale.
Per lo più si tratta di imprenditori intraprendenti e giovani (il 15% ha meno di 30 anni, il 70% meno di 50). Nell'ultimo biennio, alla crescita di imprese gestite da immigrati ha fatto eco il costante calo di ditte gestite da imprenditori italiani, con evidenti ripercussioni in termini di protezione del Made in Italy.
Cosa fanno gli immigrati quando diventano imprenditori?
Circa il 50% del totale, si occupa di commercio. Tra le altre attività, vanno forte quelle connesse alle costruzioni (intorno al 30%) e le manifatturiere (circa il 10%). Negli ultimi anni gli interessi degli imprenditori stranieri si stanno comunque diversificando, dal momento che oltre che negozi rilevano sempre più anche bar, saloni di bellezza, supermercati e, talvolta, farmacie.
Quanto ai paesi di provenienza, un imprenditore su quattro viene dall'Africa, con il Marocco a fare da capofila. A seguire, Senegal, Tunisia, Egitto, e Nigeria. L'Europa occupa la seconda piazza: Albania, Serbia e Montenegro, Macedonia, Moldavia e Ucraina i paesi più rappresentati. Tra le presenze asiatiche, spicca la Cina che è il paese in assoluto più rappresentato. Analizzando infine la distribuzione settoriale delle imprese di immigrati per paese di provenienza del titolare, si scopre che il 33% del commercio è in mano al Marocco, mentre la Cina controlla la stessa percentuale di alberghi e ristoranti.
Tra i ristoratori, uno su dieci non parla italiano. Gli italiani - complici i grossi sacrifici che esso comporta - sembrano aver perso l'appeal verso questo settore che, anche a causa dei ridotti investimenti richiesti, attrae invece sempre più stranieri. Soprattutto verso la ristorazione, che è sempre più multietnica: ogni anno, nel turn over di nuovi bar, ristoranti e pizzerie che aprono, il 40% fa capo a immigrati. Che cucinano cosa? Le specialità italiane. Questo non vuol dire che i ristoranti etnici scivolino indietro, anzi. Negli ultimi 10 anni sono quasi raddoppiati.
Aumentano gli immigrati nel settore della ristorazione italiana ma, si diceva, sono in crescita anche i ristoranti etnici.
La parte del leone spetta, com'è facile immaginare, sempre ai cinesi (65% del totale). Quello che magari sorprende di più è che a loro non fanno più capo solo i ristoranti cinesi, ma anche quelli di cucina fusion, i locali wok ed i sushi bar, dove sempre di più si mischiano tendenze diverse e tradizioni di vari paesi, locali che alla fin fine vanno dove li portano le mode culinarie del momento. Aumentano, anche i locali 'kebab', sempre più apprezzati in Italia.
Significativo è infine l'aumento delle donne immigrate con una vitalità imprenditoriale non limitata ai tradizionali ambiti, ma estesa anche ai settori produttivi più evoluti.
Confcommercio Venezia stima che sul territorio provinciale, delle 997 imprese facenti capo ad imprenditori cinesi, siano 280 quelle appartenenti al settore commercio e, tra queste, 51 operino nell'ambito del commercio ambulante.
Ad una lettura superficiale questi dati potrebbero stupire ed apparire sottostimati, nella misura in cui la massiccia presenza di imprenditori cinesi nella nostra economia è sotto gli occhi di tutti e largamente condivisa. In realtà, al di là di un evidente miscellanea di nazionalità che ci induce comunemente a classificare come "cinesi" tutte le popolazioni di origine asiatica, i dati sono realistici, ma vanno letti con attenzione per non applicare delle distorsioni interpretative.
Prima di tutto occorre notare che spesso gli imprenditori extracomunitari subentrano nell'intestazione dell'attività a realtà preesistenti, come del resto non è detto che tutte le ditte di fatto gestite da stranieri siano loro intestate. Da non sottovalutare inoltre il fenomeno dell'abusivismo: bisogna ricordare che i dati che commentiamo sono sempre quelli che fanno capo alle attività regolarmente registrate, il che purtroppo non sempre coincide con la nostra esperienza quotidiana di acquirenti. Per quanto poi attiene nella fattispecie al commercio ambulante, non dimentichiamo che uno stesso titolare d'impresa può ottenere una pluralità di concessioni autorizzatorie replicabile all'infinito, che naturalmente può gestire su più sedi mercatali con personale di propria fiducia a sua discrezione.
In ogni caso, il successo degli stranieri, specie se con gli occhi a mandorla, è un fatto e non un'opinione. I cinesi imparano in fretta e bene; sono numerosi e possono coprire archi d'impegno lavorativo non sostenibili da una normale famiglia italiana; sono grandi lavoratori, abituati a ritmi e carichi di lavoro massacranti; ed hanno saputo inserirsi, quasi silenziosamente, replicando le nostre tradizioni nel rispetto dell'identità locale (si pensi ai bar gestiti da cinesi: niente riferimenti all'oriente, niente cibi esotici né arredamenti etnici).
Confcommercio non può che essere a favore dell'imprenditorialità, sia essa italiana o meno, purché si tratti di attività sane, gestite in modo corretto e conformi alle normative vigenti. Certamente, il dilagare di attività straniere deve indurre tutti a riflettere seriamente sull'opportunità di proteggere la nostra economia, intendendola come quell'imprenditoria autoctona portavoce delle nostre tradizioni e custode della nostra eccellenza in ambito turistico e commerciale.
Se, come ha recentemente dichiarato la Banca d'Italia, il dilagare dei prodotti cinesi ha contribuito a frenare l'inflazione, verrebbe da chiedersi cosa ne è delle famiglie che gestivano le attività locali di impronta tradizionale che sono state costrette a chiudere, anche a seguito dell'avvento massiccio di imprese straniere...

09/06/2010


 
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